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Una penna in rosa (a volte) – Storia di un libro

Prima di tutto… Buona Festa della Repubblica!

Mi rendo conto che sia passato molto tempo dall’ultimo articolo come questo e me ne scuso, ma gli impegni personali si sono fatti sentire in quest’ultimo periodo.

Ma, alla fine, eccomi qui felice di essere tornata con un nuovo articolo della serie “Storia di un libro”!


UNA PENNA IN ROSA

Come sempre, i racconti che citerò (Io, Te e Lui. e La Fabbrica della Felicità) sono presenti nella mia raccolta Cocci di vetro… Sì, esattamente, sempre quella in campagna crowdfunding con la casa editrice Bookabook. Eccovi il link (nel caso foste curiosi) e l’articolo dove vi spiego di cosa si tratti (nel caso vi foste persi la notizia).

I racconti che vi citerò avranno anche un’altra cosa in comune, sono entrambi delle critiche al femminile.

Come sempre mi scuso se questo focus sarà abbastanza breve, ma è sempre difficile per me riproporre con la stessa chiarezza quei temi trattati dal testo. Dopo aver scritto un racconto lui ha tutto ciò che avevo da dire, mentre a me non rimane più nulla da aggiungere.

INTRODUZIONE

Diciamocelo, l’assoluta e completa parità dei sessi è ancora abbastanza lontana… e va a discapito di tutti, uomini e donne. Le storie che ho scritto sono una critica dal punto di vista femminile, ma solo perché si tratta anche del mio punto di vista… non metto in dubbio che ce ne sarebbero di opinioni da proporre anche da parte dell’altro sesso (ma non credo di essere io la persona più adatta per discuterne).

In questi due racconti parlo, in particolare, di una tematica ben precisa: i canoni di bellezza.

I canoni di bellezza esistono, e non possono non esistere. Personalmente non ci vedo nulla di male in ciò; almeno finché si parla del classico “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace” che mette in risalto i gusti dell’individuo.  Il problema sorge quando questi canoni di bellezza diventano rigidi e inflessibili: questo è bello, questo no e diviene così per tutti. La bellezza diventa un’ideale irraggiungibile portando le persone (uomini o donne che siano) alla frustrazione per ciò che non possono essere e a omologarsi nel tentativo di raggiungerlo.

L’AMARA ESISTENZA DI UN’IDEALE

Io, Te e Lui. – L’amara esistenza d’un ideale parla proprio di questo: dello scontro tra ideale e reale, compiuto dinanzi a uno specchio.

Come dicevo, tutti noi dobbiamo fare i conti con un’ideale estetico che è diventato fin troppo rigido e fuori dalla nostra portata… ma siamo davvero sicuri che l’Ideale stesso stia meglio di noi? Siamo sicuri che anche lui, a modo suo, non provi invidia per il Reale?

Ecco, il racconto riflette su questo, ovvero che (forse) noi “reali” siamo più fortunati di quanto crediamo… Il perché di questa affermazione? La risposta è sparpagliata fra le righe del testo.

LA FABBRICA DELLA FELICITÀ

Passiamo al secondo racconto di cui vorrei parlarvi, La fabbrica della felicità.

Un Giovane Operaio inizia a lavorare in fabbrica, ma non in una qualsiasi… nella Fabbrica della Felicità. E il problema resta sempre quello citato nel primo testo: qual è la forma di questa felicità?In questa fabbrica non producono oggetti, ma donne. Donne belle nella loro diversità, dal viso armonioso e dai corpi che strabordano un po’ da quei famosi e rigidi criteri di bellezza… E questi corpi come vengono definiti dal Giovane Operaio e dal Capo che lo accompagna? Che fine faranno all’interno della Fabbrica della Felicità?

Insomma, si nota una velata punta di critica rivolta contro il body shaming.


IN CONCLUSIONE

Questa, in estrema sintesi, era la presentazione di un paio di racconti presenti nella raccolta Cocci di vetro – Brevi racconti a caccia di frammenti di luce. Non sono gli unici a proporre una “critica in rosa”, ma sono quelli di cui ho voluto parlarvi oggi.

Come sempre, vi ricordo che il libro è in campagna crowdfunding con la casa editrice Bookabook e, se volete sostenerlo, questo è il link (appena preordinato avrete subito le bozze a disposizione, da leggere quando vorrete).

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